Support the White House petition to bring down paywalls around taxpayer-funded research! Sign here

History of Italian Culture (a project with Luca Cavalli-Sforza) more

Serrelli E (2007). Popoli, nomi e nominatori: un dizionario del popolamento. Introduction to E. Serrelli, C.B. Serrelli, Dizionario del popolamento dell’Italia prima della romanizzazione, unpublished.

Emanuele Serrelli Popoli, nomi e nominatori: un dizionario del popolamento Introduzione al Dizionario del popolamento dell’Italia prima della romanizzazione Storia della Cultura Italiana, UTET-Codice Milano, 4 febbraio 2007 Il presente Dizionario è uno di quei fenomeni che si comprendono molto meglio guardando alla loro genesi. Nel novembre del 2003 il professor Luigi Luca Cavalli Sforza, curatore di quest’opera, ci chiese di occuparci del popolamento dell’Italia prima dei Romani. La richiesta fu la seguente: l’elenco dei nomi dei popoli, con i relativi territori occupati, e l’arco temporale in cui compaiono. Fortunatamente, Italia è un nome di precisa e indiscussa valenza geografica: i confini delle Alpi e del mare servono a definirne l’identità e agevolano lo studio dei popoli che vi si sono succeduti. La romanizzazione dell’Italia, portata avanti sia per annessione diretta al territorio di Roma che per creazione di colonie, inizia dopo la ‘guerra latina’ del 340-338 a.C., e si conclude con la ‘guerra sociale’ del 90-88 a.C., ultimo disperato tentativo dei popoli italici di opporsi al processo espansivo di Roma. Un quadro generale dei popoli precedenti la romanizzazione appare sì riflesso nelle undici regioni augustee che ne conservano i nomi, ma esse si rivelano una estrema semplificazione amministrativa rispetto a un quadro enormemente più vario e complesso – basti pensare che attualmente nel presente Dizionario compaiono più di cinquecento nomi di popoli. Già da alcuni anni ci occupavano dello studio dei processi conoscitivi presso la cattedra di Epistemologia, guidata dal professor Telmo Pievani all’Università degli Studi di Milano Bicocca. Venivamo ora coinvolti in un progetto per il quale appariva necessario un background archeologico, storico, protostorico, carico di nozioni e di strumenti di numerose discipline correlate. A campi come questo studiosi e ricercatori dedicano intere vite professionali. Ammettiamo e premettiamo di entrare in tutto questo con cautela e doveroso rispetto. D’altra parte, il nostro particolare modo di fare epistemologia consiste proprio nell’entrare nel merito delle conoscenze considerate, dialogando strettamente e implicandosi in prima persona. Come epistemologi, ci muoviamo con la convinzione che vi sia molto da imparare in merito ai processi di conoscenza, e che questo possa essere fatto non solo con una riflessione filosofica logico-formale, né soltanto sperimentando tra le mura di un laboratorio di psicologia o di scienze cognitive, ma anche osservando l’attività di chi conosce – gli scienziati, gli specialisti di diverse discipline, oppure i soggetti in formazione o ancora i bambini in età dello sviluppo; vedendo come comunicano tra loro; partecipando, dialogando con loro (ecco perché diviene significativa anche la storia dell’epistemologo e della sua ricerca: come è arrivato ai suoi risultati? chiedendo cosa e parlando con chi?). Tutto ciò con i conseguenti rischi – presenti in ogni relazione – di reciproche incomprensioni e fraintendimenti, di essere rifiutati, considerati scomodi o peggio superflui, e comunque non sufficientemente preparati. Di tutto questo, e di quanto segue, il lettore del nostro Dizionario deve essere consapevole almeno quanto noi. 1. Biologia e cultura Alle nostre spalle avevamo alcuni anni di concentrazione sul fervente campo della biologia evoluzionistica, sui suoi concetti e approcci, sul dialogo tra le discipline in esso coinvolte (per una panoramica si vedano Pievani 2004 e 2002; Faravelli et al. 2006). Quanto e come questo ‘mondo’ possa essere utile nello studio della cultura, è complesso e tuttora in discussione. Un primo 1 incoraggiamento derivò tuttavia proprio dalla proposta teorica del professor Cavalli Sforza che avrebbe fatto da sfondo a tutto il progetto Storia della Cultura Italiana: […] l’evoluzione della cultura, pur essendo profondamente diversa dall’evoluzione biologica, si può interpretare con lo stesso modello, un modello generale e teorico, cambiando i fattori e sostituendoli con altri estremamente simili che potremmo chiamare con lo stesso nome […] (2006, p. 79). Il modello matematico, o più precisamente statistico1, a cui Cavalli Sforza si riferisce descrive i meccanismi che determinano il destino delle informazioni genetiche all’interno delle popolazioni. Applicato all’informazione genetica circolante oggi – attraverso la riproduzione – nelle popolazioni del mondo, esso si è rivelato estremamente potente nella ricostruzione del popolamento del globo, sia nei suoi grandi movimenti che in molti dei suoi dettagli2. Lo studio di fenomeni di evoluzione della cultura era stato già allora presente: le storie ricostruite dall’archeologia, dalla linguistica, dall’antropologia ecc. erano utili perché sorprendentemente simili a quelle ricostruite dalla genetica delle popolazioni, garantendo una continua verifica reciproca e corroborazione interdisciplinare3. Allora, le discipline agivano in modo autonomo, con i propri specifici metodi (indiziari) di “produzione” di storie che poi venivano confrontate. Ora però il professor Cavalli Sforza voleva fare qualcosa di diverso: l’applicazione all’informazione culturale di un modello simile a quello utilizzato sull’informazione genetica; cioè, potremmo dire, lo studio dell’informazione e delle differenze distribuite nelle culture odierne per ricostruire le storie del popolamento, in particolare italiano. Qui basti sottolineare due aspetti: a) il semplice rigore – quasi la rigidità matematica – del modello di Cavalli Sforza è da interpretare non come pretesa di ridurre o esaurire in sé tutta la biologia e la storia, bensì come potenza nella ricerca di quelle parti di informazione le cui variazioni sono le più significative e affidabili tracce della storia. Il modello ‘dell’evoluzione genetica’ – come Cavalli Sforza stesso a volte lo definisce – non esaurisce l’evoluzione, nella quale i processi genetici devono interagire con una grande quantità di altri livelli e fattori. A dire il vero, non esaurisce neppure quello che accade nel mondo dei geni4. Descrive invece qualcosa di quel ‘mondo’ che, quando accade, è registrazione fedele della storia delle popolazioni. Anche nello studio della cultura, dunque, l’aspettativa non è quella di descrivere completamente come essa esista ed evolva, ma di avere una guida per cercare le tracce della storia. b) l’applicazione del modello richiede l’individuazione delle popolazioni all’interno delle quali si generano, si diffondono e si mantengono le novità culturali e genetiche. L’informazione non fluttua nel vuoto. Sono le popolazioni che, tra tutto quello che succede nella loro vita, fanno anche esistere e modificare l’informazione, attraverso la riproduzione nel caso della genetica, e attraverso altri processi di scambio nel caso della cultura. E, d’altra parte, è proprio la storia di quelle popolazioni l’obiettivo della ricostruzione: la ‘genetica delle popolazioni’ si occupa di frequenze e di confronti tra le popolazioni per costruire alberi genealogici. 2. Alla ricerca dei nomi dei popoli Prima di tutto bisognava dunque conoscere i popoli, questi analoghi delle popolazioni biologiche che servono per poter parlare di evoluzione. L’impostazione iniziale fu quella di contattare referenti autorevoli, istituzioni e musei afferenti ai vari territori, chiedendo direttamente ad essi le informazioni di cui avevamo bisogno. Speravamo di poter ottenere risposte mirate e sintetiche: a questo scopo mettemmo a punto una serie di schede da compilare, e le inviammo a una selezione di istituzioni allegando alle schede una breve sintesi del progetto. I nomi di tutti i popoli, e per ciascun popolo il periodo, il territorio occupato, la densità di popolamento e le relative variazioni: queste le informazioni che su indicazione del professor Cavalli Sforza andavamo cercando5. Avremmo inoltre molto apprezzato che le risposte fossero integrate da cartine geografiche. 1 Per una descrizione dettagliata del modello dell’evoluzione genetica – basato sui quattro fattori mutazione, selezione, migrazione e deriva – rinviamo al contributo di Cavalli Sforza in questo volume, oltre che ai suoi testi (2004, 2006). 2 Cavalli Sforza et al. (1994) e Cavalli Sforza (1996). 3 Le popolazioni portano con sé l’agricoltura e la lingua insieme ai propri geni. Si veda ad esempio Cavalli Sforza e Ammerman (1984): le tracce archeologiche della diffusione dell’agricoltura in Europa raccontano una storia simile a quella raccontata dai geni e dalle affinità tra le lingue. Dall’altra parte, vi è conferma nei dati genetici che l’agricoltura ebbe almeno quattro luoghi d’origine indipendenti. 4 Un testo leggermente datato ma efficace sui processi complessi che interessano il codice genetico è Fox Keller (2000). 5 Più precisamente, le istruzioni per la compilazione delle schede richiedevano, per ogni «nucleo di popolamento», «1) il periodo approssimativo, espresso in secoli, durante il quale il nome della popolazione è in qualche modo segnalato come presente nell’area. Se è noto che vi sia stata, in secoli diversi, una variazione importante del territorio occupato e/o della consistenza numerica (sia in aumento sia in diminuzione) la preghiamo di differenziare tali periodi; 2) il territorio occupato, idealmente 2 Molte persone all’interno delle istituzioni contattate si resero cortesemente disponibili (le citiamo nei ringraziamenti più oltre), ma ben presto divenne chiaro che la maggior parte di loro non comprendeva la domanda stessa, sentiva che rispondendo avrebbe ‘forzato’, ‘violentato’ il proprio campo disciplinare. Nel migliore dei casi venivamo ridiretti a bibliografia già prodotta, ma non esattamente pertinente ai nostri scopi: i nomi! i luoghi! le cartine! Più insistevamo su queste categorie e meno venivamo capiti6. La risposta assolutamente più ‘pertinente’ fu quella della dott.ssa Maria Ruggeri, del Museo Archeologico Nazionale di Chieti. La Direttrice prese in considerazione per intero il nostro questionario con le schede e lo ultimò, inviandocelo corredato anche di una mappa. A questo punto, vi è da dire che era stato proprio durante una visita al museo di Chieti che Cavalli Sforza aveva cominciato a elaborare la ricerca sui popoli preromani; proprio lì, visitando il museo e osservando le cartine, gli si era chiarita l’idea di un’analogia tra le popolazioni biologiche e quelle culturali; e fu con in mano una statuetta del “guerriero di Capestrano” che ci illustrò poi la sua idea e il nostro compito di ricerca. La domanda sui nomi dei popoli era quindi co-evoluta fin dall’inizio nell’interazione tra Cavalli Sforza e il museo di Chieti, tra i suoi presupposti di genetica di popolazioni e la mappa antica del territorio Abruzzese. E in questa coevoluzione l’immagine visuale aveva svolto, come spesso accade, un ruolo formativo. Mappe come quella rappresentata in figura – un territorio, un popolo, un nome – avevano dato forma all’operazione cognitiva: suddividere i territori in aree a cui attribuire il nome di un popolo (operazione assimilata facilmente perché molto familiare e produttiva per Cavalli Sforza in altri contesti). Potrebbe sembrare che questo “accoppiamento strutturale” o “coevoluzione” tra la domanda e chi risponde lasci poco spazio alla novità. In alcuni fortunati casi, tuttavia, il confronto attraverso le domande può generare consapevolezza o addirittura mettere in moto un cambiamento dei sistemi di riferimento: mentre ci interrogavamo criticamente sui presupposti che avevano informato le nostre schede, la dott.ssa Ruggeri ci fece sapere che svolgendo questo lavoro per noi si era convinta – nientemeno – che il modo migliore di condurre una imminente ristrutturazione del suo museo fosse procedere su base etnica, «perché l’Abruzzo è in realtà un mosaico di etnie e popolazioni». Intanto, un altro interlocutore – questa volta estraneo al processo di formazione della domanda – ci rispose in modo molto esauriente: il prof. Dario Seglie del CeSMAP (Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica, Pinerolo, Torino) con il collaboratore Francesco Rubat Borel ci fece avere una sintesi dal titolo “Popolamento e gruppi etnici del Piemonte preromano”, che rivelava un approccio simile a quello di Chieti, anche se la situazione territoriale appariva più dinamica. Ogni domanda concorre fortemente a costruire la propria risposta. Spesso il ‘mondo reale’ ci lascia molto liberi di porre le domande, e noi siamo in grado di trovare i ‘dati’ (o meglio, i ‘fatti’) che cerchiamo. Nel dialogo con altri, ad esempio con “altre” discipline, accade invece di non essere capiti, di non ricevere risposta. La mancanza di risposta è informativa, e va approfondita: possiamo così diventare consapevoli dei nostri pre-giudizi, dei presupposti del nostro conoscere. Le schede ‘territoriali’, dalle quali ci aspettavamo una facilitazione anche per l’interlocutore, avevano invece reso evidente che nella maggior parte dei casi i ‘fatti’ del popolamento preromano non vengono (ri)costruiti come inizialmente ci aspettavamo. 3. Discrepanze tra le regioni: questione di mappa o di territorio? Ora, cosa significavano le numerose ‘zone bianche’ sulla nostra mappa dell’Italia preromana? La ricerca archeologica è presente in tutte le regioni d’Italia. Forse era finanziata in modo diseguale, e alcune regioni non avevano abbastanza fondi per ricostruire la propria protostoria? Poteva essere così, dato che in alcuni scritti – soprattutto relativi ad aree del Meridione – abbiamo trovato appelli e auspici identificato attraverso comuni o gruppi di comuni attuali. Se è noto che vi siano stati cambiamenti in tempi successivi, le diverse aree di occupazione nei diversi periodi possono essere specificate su righe separate. La preghiamo di indicare con punti interrogativi le informazioni considerate più incerte, anche nel caso ve ne fossero molte; 3) il dato più difficile, ovvero se vi è qualche notizia circa la consistenza numerica della popolazione, espressa mediante il numero approssimativo di individui viventi nel periodo, o mediante la densità di popolamento, il numero di villaggi, i cimiteri, o altro; 4) se possibile, Le chiederemmo di inserire i riferimenti alle fonti storiche: iscrizioni funerarie e di altra natura, storie scritte, resoconti e censimenti, o altro». Vi era anche una parte sulle minoranze attualmente presenti sul territorio, che è stata presto abbandonata. 6 Questo serio problema, unito alla complicazione generalizzata del rapporto con le istituzioni, ci spinse a condurre parallelamente una ricerca bibliografica di ‘atlanti protostorici’, che si rivelò però piuttosto infruttuosa. 3 verso un incremento e un maggiore coordinamento sistematico degli scavi. Oppure no, il motivo era più banale, e concerneva le difficoltà organizzative e la mancanza di tempo degli interlocutori? La Soprintendenza per i Beni Archeologici di Firenze e della Toscana ci rispose che la nostra ricerca non era di loro interesse, e nonostante diversi sforzi telefonici non riuscimmo a far comprendere la nostra domanda sui popoli alla Soprintendenza Archeologica dell’Etruria meridionale. Secondo una fortunatissima metafora di Gregory Bateson, non conosciamo mai un territorio, ma soltanto le nostre mappe di esso. Le mappe, ovviamente, hanno una stretta relazione con il territorio, co-evolvono con esso, ma non lo esauriscono mai. Se la mappa è dunque “di meno” del territorio che rappresenta, davanti a mappe differenti è legittimo chiedersi: differiscono le mappe o i territori? Le differenze regionali di approccio al proprio territorio potevano essere connesse a effettive differenze nelle modalità di popolamento? In fondo, intuitivamente comprendiamo quanto il popolamento sia condizionato dalle caratteristiche del territorio su cui si dispiega: pensiamo a quanto sia facile il frazionamento e la differenziazione di popoli e nomi etnici in una regione montana come l’arco alpino, ricca di valli e spazi protetti che accolgono nuclei di popolamento geograficamente circoscritti, poco inclini agli spostamenti e agli scambi; pensiamo invece a una grande regione pianeggiante a contatto con il mare, come la Puglia (Apulia) o la Toscana (Etruria) o il Piceno, in cui il frequente accesso di nuove genti si diluisce in un vasto alveo territoriale. Così, nel nostro Dizionario Reti e Liguri, abitanti delle valli alpine, risultano frazionati in decine di nomi di popoli, che hanno necessitato di appostite cartine, contrariamente ad esempio agli Etruschi e ai Piceni, la cui situazione è estremamente unitaria o estremamente fluida. Certo, il territorio non determina il popolamento in modo lineare. La questione è più complessa, basti pensare al pianeggiante Lazio contrapposto alla tendenza dei Latini a suddividersi in una miriade di popoli (sebbene riuniti in leghe). Comunque, fu importante notare che molto probabilmente le ‘zone bianche’ erano lì per restare: le mappe delle diverse regioni avrebbero continuato a essere costruite con logiche differenti, logiche che possono essere arricchite e interpretate da studi e discipline che si occupano della relazione tra popolamento e territorio7. Nella presentazione di Antiche popolazioni dell’Italia preromana (Guerra 1999), testo di cui diremo tra poco, il dott. Maurizio Buora nota che più della metà delle “popolazioni” citate dall’autore sono collocate nell’odierna Italia settentrionale, ereditata e sviluppata anche dal nostro Dizionario. Non deponemmo però completamente la convinzione che sia possibile mettere in contatto e contrasto ogni mappa con mappe differenti, affinché esse si interroghino reciprocamente, e che in questo scambio – proprio come era accaduto con la dott.ssa Ruggeri – possano emergere nuovi modi di interrogare lo stesso territorio. Ricchi di questi incontri e di queste consapevolezze, nel momento in cui ci mancheranno informazioni potremo allora cercare di costruire nuove mappe possibili, anche se non sempre il territorio ce lo consentirà. La mappa è “di meno” del territorio, ma è anche “di più” di esso: incorpora strategie di ricerca e correlazione di informazioni che appartengono al cartografo, all’osservatore, ai suoi scopi, alla sua tradizione e alla sua storia, e rispetto alle quali il territorio è solo un vincolo. Da quello che abbiamo potuto intuire la realizzazione di scambi tra le istituzioni delle diverse regioni – ad esempio attraverso convegni e visite reciproche – è coltivata tra i musei e tra gli studiosi di protostoria come una abitudine metodologica sistematica. Ci sarebbe piaciuto riuscire a esplorare la curiosità e la consapevolezza epistemologica operanti – come presupposti e come risultati – in questo tipo di eventi e attività. 4. Ricerca bibliografica centrata sui nomi Dopo un anno di ricerche e lo scontro con le sopradette difficoltà, pur senza rinunciare al confronto con gli esperti, cercammo di reperire pubblicazioni. Alcuni testi in nostro possesso, essenzialmente monografie specialistiche o cataloghi di mostre, non servivano al nostro scopo. La ricerca bibliografica e sul world wide web vide moltiplicarsi esponenzialmente i nomi di popoli, spesso non adeguatamente definiti, ambigui, abbondanti di sinonimi, scritture differenti, parziali sovrapposizioni e quant’altro. Fu allora che, con l’approvazione di Cavalli Sforza, decidemmo di aggregare le informazioni sui nomi in ordine alfabetico, arricchendo il più possibile ogni nome di riferimenti incrociati agli altri, e che la nostra ricerca assunse la forma di un dizionario. 7 Poche, per ora, ma estremamente interessanti sono le “finestre” che abbiamo avuto modo di aprire su questo campo: citiamo il testo di Angelo Turco, Verso una teoria geografica della complessità, Unicopli, Milano, 1988, che esplora i processi di “territorializzazione” opponendosi a modelli di causalità lineare e di determinismo ambientale, e la rivista Population & Environment, diretta attualmente da Landis MacKellar (Vienna Institute of Demography, Austria), che pubblica articoli e review relativi ai legami bi-direzionali tra popolazione, risorse naturali e ambiente naturale, incoraggiando contributi sia teorici che empirici dalle diverse scienze sociali, politiche, naturali e della vita, a diverse scale, da locale a globale. 4 Restava l’esigenza di pubblicazioni di riferimento autorevoli, sistematiche ed esaustive. Le trovammo, finalmente, in tre testi, rispettivamente di Massimo Pallottino (1981), Sabatino Moscati (1997) e Roberto Guerra (1999). Mentre i primi due fornivano un quadro complessivo dello stato dell’arte della ricerca sul popolamento, il terzo testo ci diede una lista di oltre trecento nomi, dalla quale partire per costruire il nostro Dizionario8. La ricerca bibliografica necessitò presto la messa a punto di nuove schede che orientassero la raccolta dati, su base nominale e non più territoriale. In questa fase fu determinante il lavoro di ricerca del dott. Claudio Bruno Serrelli, dottore in Filosofia e ricercatore estremamente paziente e preciso, che non potremo mai ringraziare a sufficienza. Per ogni “nome di popolo” incontrato durante la ricerca vi fu dunque una scheda che specificava: nome: spesso incontravamo informazioni sulla provenienza e sul significato del nome. A volte esso era collegato con la conformazione del territorio occupato, o più spesso con il toponimo (il nome di un fiume, di un’area) preesistente all’insediamento, che il popolo “ereditava” al suo arrivo. A volte il nome era quello di provenienza, e i popoli lo avevano “portato con sé”. Altre volte evocava la storia o la leggenda della migrazione e dell’insediamento (ad esempio il nome di un condottiero o di un animale-totem). Poteva essere una parola appartenente alla lingua delle genti stesse, ma spesso era il nome che altri avevano dato loro, magari trasformato dalla traduzione in una lingua diversa. Alcuni dei nomi più importanti, poi, sono di invenzione moderna o contemporanea, coniati dagli studiosi che ricostruivano la storia di quei popoli (ad esempio Celti, o Indoeuropei). Innumerevoli sono i casi di sinonimia o parziale sovrapposizione dei nomi. componente verticale: sotto questa voce si riunivano le informazioni disponibili sulla provenienza del gruppo in questione. Sì, perché di fronte alla definizione e descrizione di un popolo era sempre possibile chiedersi «da dove sono venuti? Come, e quando sono venuti?», e dare per scontato che una risposta esistesse: nell’evoluzione – biologica e culturale – un gruppo di organismi è sempre, in un modo o nell’altro, discendente da una generazione precedente, e risalendo all’indietro nelle generazioni si trovano i viaggi, gli spostamenti, gli insediamenti. Nessuno «è sempre stato qui». Certo, però, la fenomenologia della discendenza è veramente molto varia e complessa – di seguito ne riportiamo alcuni approssimativi esempi, non certo una tipologia completa che richiederebbe un lungo lavoro di ricerca e di elaborazione: a) il caso più ‘semplice’ ci sembra quello dei Veneti, popolo cacciato dalle proprie sedi orientali che, giunto integralmente in Italia, si stabilì in un’area ben definita mantenendo lo stesso nome, scacciando sulle montagne i precedenti abitanti (Euganei) e venendo a costituire «un’esperienza regionale ben definita dal punto di vista etnico, culturale e religioso», per oltre otto secoli; b) non è detto che l’arrivo massiccio di genti straniere comporti la sostituzione degli abitanti precedenti: si prenda ad esempio l’invasione da parte dei Galli del IV secolo, che nonostante l’arrivo compatto di intere popolazioni (Cenomani, Salluvi, Boi, Senoni ecc.) «non sembrò annullare taluni sviluppi di vita e cultura». La successiva scomparsa delle loro tracce potrebbe significare un ritorno in patria, oppure una completa assimilazione alle preesistenti culture Italiche; c) frequente è il caso in cui un popolo, giunto in nuovi luoghi, si diversifichi ad ‘albero’ o a ‘cespuglio’, formando rapidamente una molteplicità di gruppi minori. Esemplificativi di questo fenomeno possono essere i trenta populi Albensi, derivati – unitamente ad altri – da una popolazione di stirpe ‘protolatina’, o le numerose popolazioni Retiche, facilitate nella compartimentazione anche dalla conformazione del territorio alpino; d) mentre in questi primi casi si tenderebbe a parlare di ‘stirpe’ o di ‘etnia’, ciò è più difficile quando gli apporti alla genesi di un gruppo siano molteplici: i popoli arrivati in un luogo possono aver iniziato una convivenza e una mescolanza con gli abitanti precedenti, e in questi casi è particolarmente complicato riuscire a quantificare gli apporti ‘verticali’ dell’una o dell’altra ‘radice’. È forse il caso dell’espansione dei popoli Umbro-sabelli – come gli Osci, i Lucani, i Bruzi – tanto travolgente nei suoi effetti culturali quanto sfumata nel confine con lo ‘strato’ di popolamento precedente: basti pensare che in molti casi questi popoli, al loro stabilirsi, assunsero il nome degli abitanti locali – generando numerose ambiguità con cui già gli autori antichi dovettero misurarsi; 8 Il testo di Roberto Guerra è un tentativo «pressoché sovrumano e certamente molto impegnativo» – si legge nella presentazione – di unificare in un’unica trattazione una miriade di notizie di varia consistenza, raccolte e verificate per molto tempo dall’autore interpellando numerosi studiosi, archeologi, specialisti di più parti d’Italia. L’opera è suddivisa in modo equilibrato in base a criteri geografici, ma i contenuti sono i più vari: «Ce n’è per tutti i gusti: curiosità, informazioni sui culti e le cerimonie e le cerimonie sacre, elenchi di prodotti agricoli o di virtù militari…». 5 sempre i popoli Umbro-sabelli ci offrono l’interessante caso di popoli che si generano l’uno dall’altro, in sequenza, attraverso successivi distaccamenti di piccoli gruppi: i Bruzi ad esempio, staccatisi in origine dai Lucani – forse loro coloni, o forse loro schiavi ribelli – e stabilitisi nel Bruzio a contatto con genti Enotrie o Ausonie da cui presero il nome. Molto più anticamente, anche la sequenza Enotri – Itali – Siculi sembra indicare una serie di «segmentazioni successive verso sud»; f) la colonia costituisce una particolare forma di discendenza verticale, impiegata soprattutto da grandi potenze marittime come Greci, Etruschi e Fenici. Notiamo qui che è raro che la discendenza verticale significhi (come è invece nel caso dei Veneti) la scomparsa del gruppo genitore: più spesso quest’ultimo continua ad esistere, e nel caso delle colonie continua a intrattenere relazioni fondamentali con i “gruppi figli” – addirittura a tenerli in vita. Nell’esempio (c) abbiamo un gruppo genitore scomparso, perché confluito completamente nei discendenti, mentre nell’esempio (e) ne abbiamo uno in relazione conflittuale con il ‘gruppo figlio’; g) anche nel caso della ‘fusione’ tra nuovi arrivati e genti già insediate è possibile rilevare il già notato fenomeno della diversificazione a cespuglio: si pensi alla graduale penetrazione Celtica a sud delle Alpi, in territorio Ligure, con la formazione delle tribù Celto-liguri. Per ogni tribù si pone separatamente il problema della quantificazione degli apporti, già segnalato al punto (d), e mettendo a confronto questa lenta e graduale penetrazione con la fondazione di colonie (f) o l’immigrazione massiva (a, b) si può sottolineare anche la diversità dei ritmi e dei tempi tra le varie modalità di filiazione verticale. Come avviene nella tassonomia biologica, anche nello studio della cultura pensammo di tentare nel nostro Dizionario una gerarchizzazione dell’informazione, resa possibile dalla discendenza verticale. Ci spieghiamo con un esempio: in biologia, quando descriviamo una certa razza di cani – ad esempio, il Labrador – “per economia” omettiamo molte informazioni che sono relative alla specie dei cani, la Mammiferi Latini quale “contiene” tutte le razze; in altra sede, poi, potremo cercare di descrivere la Cani Albensi specie dei cani, con le caratteristiche comuni a tutte le razze, omettendo questa Labrador Albani, volta le informazioni relative ai Acciensi… mammiferi in generale; e così via, vi sono molti livelli in cui è distribuita Gerarchizzazione dell’informazione: ogni l’informazione biologica relativa al nostro livello è contenuto nel livello superiore, e Labrador9. Così, pensammo che possiede “a cascata” tutte le caratteristiche di semplicemente non fosse economico, nel tutti i livelli superiori. Dizionario, ripetere le stesse informazioni per ognuno dei trenta populi Albensi, ma che fosse sufficiente creare una voce comune “Albensi”, e far sì che ognuna delle trenta voci (Albani, Aesolani, Acciensi ecc.) rimandasse ‘verticalmente’ a quella voce superiore, aggiungendo solo le (poche) peculiarità di quel populo particolare. Così, la voce “Abolani” contiene soltanto alcuni cenni sul significato del loro nome, rinviando ad “Albensi” per tutte le altre informazioni, e la definizione di “Acciensi”– come la maggior parte delle altre – si limita a rinviare. Chiaramente però, né l’evoluzione biologica né quella culturale consentono di strutturare l’informazione in modo così perfetto, per il semplice motivo che la nascita di ogni gruppo porta grande modificazione, comparsa e perdita di caratteri, cambiamenti che molto spesso escono dai confini precedenti. Se, oggi, tutti i cani condividono determinate caratteristiche, non è affatto detto che, nel momento in cui da un piccolo gruppo di cani nasca una razza nuova, quest’ultima abbia tutte e sole le medesime caratteristiche. Anzi: potrà perderne e crearne di nuove. Nell’evoluzione ogni nuovo gruppo presenta novità proprie. Comunque alcune caratteristiche vengono ereditate immodificate, il che si tradusse nel nostro Dizionario in un rimando “verticale” al gruppo di categoria superiore. La gerarchizzazione dell’informazione dovette però essere tanto flessibile quanto è sfaccettata e complessa la fenomenologia delle relazioni verticali, come abbiamo potuto mostrare con pochi esempi; inoltre, accertare relazioni verticali non è affatto semplice, né in biologia, né tantomeno nello 9 In realtà le problematiche relative alla classificazione e alla tassonomia biologica sono enormemente più complesse e interessanti. Una eccellente trattazione si trova in Mayr (1982). Si veda poco più avanti, e il § 6 sul pensiero tipologico, nel quale puntualizziamo che la comunanza di caratteri è soltanto un effetto impreciso di altri processi, e pertanto la gerarchizzazione dell’informazione non può essere più di una tensione ideale. e) 6 studio delle culture, dove le tracce della discendenza sono enormemente sfumate dalla componente orizzontale di trasmissione (si veda oltre). geografia e toponomastica: qui ritornava il fattore che fin dall’inizio era stato il nostro maggior interesse: la possibilità di realizzare mappe, il più possibile precise, dell’estensione dei popoli in età preromana. Non erano molte le informazioni immediatamente disponibili – spesso le indicazioni sui luoghi erano vaghe e contraddittorie, e trovammo poche mappe, spesso approssimative, a supporto delle descrizioni verbali – ma la persistente insistenza sul livello geografico ci permise di reperire fonti e informazioni; inoltre, la realizzazione informatica di mappe animate interattive ci consentì di controllare la coerenza e di correggere le incongruenze interne al Dizionario. Sull’importanza dei luoghi notiamo infine che: a) Il territorio, come abbiamo a tratti sottolineato, ha certamente una forte influenza sulle dinamiche di popolamento, sulle modalità insediative, e quindi sulla proliferazione e sul consolidamento di nomi di popoli. b) I nomi odierni di luoghi (fiumi, laghi, monti, paesi, città…) conservano tracce spesso molto antiche delle lingue o dei nomi delle popolazioni (si pensi alle tracce di lingue Celtiche nei toponimi della Cisalpina), a volte perfino attraverso successive rinominazioni medievali (un solo esempio: S. Benedetto dei Marsi, che accosta il nome di un convento benedettino a quello della popolazione Umbro-sabellica del I millennio a.C.). componente orizzontale: contrariamente all’eredità biologica, la trasmissione culturale non avviene soltanto all’interno della popolazione, ma in grande misura in tutte le relazioni che legano le popolazioni tra loro: scambio commerciale, imitazione di innovazioni, matrimoni misti, trasferimento di persone (specialmente di artigiani), competizione, battaglie vinte e guerre perdute… Di tutte queste relazioni che possono contribuire a dare forma ad aspetti culturali si diede conto in questa sezione della scheda. Per alcuni aspetti la trasmissione orizzontale giunge non di rado a superare in intensità quella verticale, tanto che non è affatto detto che la somiglianza culturale sia traccia affidabile di discendenza verticale. L’entrata in “sfere d’influenza culturale” può traformare la cultura di interi raggruppamenti di popoli imparentati – come accadde ai Reti dall’VIII secolo. Barriere e distanze geografiche spesso separano gruppi strettamente imparentati, mentre si creano relazioni orizzontali significative: culturalmente e politicamente i Falisci furono parte integrante del mondo Etrusco, sebbene fossero arrivati con l’ondata indoeuropea che diede origine ai Latini, confinanti con loro ma separati dal Tevere; a volte la relazione orizzontale può avvenire tra gruppi imparentati verticalmente, come nel caso dei già citati populi Albensi e della loro tendenza a formare leghe. cronologia: qui elencammo le date e gli avvenimenti principali che videro protagonista o coinvolsero il popolo in questione, dalla prima comparsa fino alla fine – spesso coincidente con l’annessione a Roma. Ci siamo dilungati sulla descrizione delle “schede nominali”, innanzitutto perché sono divenute la base per le voci del Dizionario; inoltre perché furono queste schede a obbligarci a capire, a costruire, a riconoscere alcune regolarità o pattern nei processi di evoluzione della cultura – almeno in quelli ricostruibili per i preromani: la priorità della macroevoluzione, il pensiero popolazionale, la partecipazione dei nominatori al processo evolutivo. Pattern fondamentali anche per comprendere il Dizionario, e l’uso che di esso è possibile fare. 5. Priorità della macroevoluzione culturale e implicazioni per la “stratigrafia” Vi sono eccellenti trattazioni che mostrano i meccanismi attraverso cui piccole e grandi novità culturali nascono, si conservano e si diffondono nelle popolazioni umane, producendo effetti cumulativi di ampia portata sulla loro cultura. Questo approccio “dal basso verso l’alto” vede l’evoluzione culturale su larga scala come il prodotto cumulativo di meccanismi microevolutivi10. Studiare i nomi delle popolazioni preromane ci facilitò nell’adottare un altro tipo di sguardo, e nel supporre che l’evoluzione culturale sia soprattutto macroevoluzione: una storia di arrivi e di partenze migratorie, di avvenimenti “macro” come le catastrofi ambientali, che innescano i processi microevolutivi locali di produzione e conservazione di novità. Sembra proprio che la comparsa di cambiamenti rilevanti coincida quasi sempre con l’arrivo di nuove genti; il “resto della storia” – la microevoluzione – è, più umilmente, diffusione di varianti. La memetica di Richard Dawkins, Susan Blackmore e altri teorici vede la cultura come la somma di “particelle” culturali dette memi, che competono costantemente fra loro per sopravvivere, mentre circolano “assemblate” nei cervelli delle persone. Non tutti i modelli microevolutivi sono così estremi: si veda ad esempio l’ottimo Richerson e Boyd (2005). Con le avvertenze fondamentali di cui abbiamo detto al §1, anche il modello dell’evoluzione genetica applicato alla cultura di Cavalli Sforza è squisitamente microevolutivo. 10 7 Gli ordinari processi culturali, “interni”, sono invenzioni, idee, decisioni, scelte ecc. Un approccio macroevolutivo ai processi culturali parte da processi di ordine potremmo dire “esterno” alla cultura: presenza e direzione di catene montuose e altre barriere, disponibilità di piante o animali, distribuzione delle risorse e delle insenature, cambiamenti climatici ma anche perdite durante conflitti, malattie, carenza di risorse dovute a sovrapopolamento… Insomma, i fattori ambientali in senso ampio, estrinseci, che «aiutano a definire i confini della storia» e plasmano tutto ciò che è possibile in un dato tempo e in una data società11. Importanza fondamentale ha la geografia del territorio, non più contorno statico, passivo accettore delle invenzioni e dei progressi culturali, ma elemento dinamico che contiene, spinge e catalizza le storie delle popolazioni. In modo analogo a quanto proposto da diversi autori per l’evoluzione biologica (Eldredge 1999), sono gli avvenimenti macroevolutivi a innescare i mutamenti microevolutivi. Certo, è altrettanto vero che la microevoluzione prepara la macroevoluzione. Un esempio efficace di questo è il rituale del ver sacrum, in uso presso i Sanniti e le altre genti Umbro-sabelliche, che potrebbe essere stato all’origine della forza espansionistica che li portò a diffondersi nel corso del IV secolo dall’Umbria settentrionale alla Calabria. Il ver sacrum (primavera sacra) consisteva «nella dedicazione agli dèi di ogni essere vivente nascituro in un anno determinato, compresi gli uomini che, giunti alla maggiore età, in sostituzione del sacrificio erano costretti a partire in cerca di nuove sedi, sotto l’insegna totemica di un animale sacro al cui nome si ricollegava talvolta quello del gruppo emigrato (così, oltre il toro più frequentemente ricordato, il picchio dei Picenti, il lupo o hirpus degli Irpini ecc.)» (Pallottino 1981, p. 86). Questo costume rituale, ‘prodotto’ della microevoluzione culturale, avrebbe avuto la forza di condizionare la macroevoluzione, contribuendo alla rapidissima diffusione delle genti sabelliche. Più in generale, ci chiedemmo anche quali criteri culturali (fattori micro) possano guidare la scelta del territorio (fattore macro): una popolazione ha eguale probabilità di collocarsi in un tipo di territorio o in un altro? Oppure avrà direzioni di espansione privilegiate, o addirittura vie precluse, che dipendono dalla sua storia microevolutiva? Potremmo infine citare l’esempio del progresso di tecnologie per la navigazione (micro) che consentì a un popolo come i Greci di fondare le colonie della Magna Grecia (macro) – ma lo facciamo solo per far notare che è di nuovo possibile invertire il ragionamento, e chiedersi quali fattori ambientali (macro) possano aver innescato invenzioni e miglioramenti di questo genere (micro) presso una certa popolazione. Abbiamo già avuto modo di vedere come le nostre mappe incorporino strategie di ricerca e di interpretazione delle informazioni. Ora, se questo è vero per mappe ‘orizzontali’ – che si stendono come un lenzuolo sul territorio mappato – può esserlo anche per mappe ‘verticali’, che possiamo esemplificare con un esperimento mentale. Immaginiamo che un lungo scavo archeologico possa portare alla luce, uno dopo l’altro sempre più in profondità, differenti ‘strati’ di reperti culturali. In ogni strato si trovano particolari tipi di manufatti, di abitazioni, di tracce che lasciano il posto a tracce diverse nello strato successivo, e così via. Come interpretare questa documentazione, discreta e discontinua? Uno sguardo microevolutivo vedrebbe i vari strati come ‘fotografie’ di uno sviluppo culturale continuo (che dipende da processi “micro”, continui e graduali) e attribuirebbe quindi la discontinuità alla natura episodica della documentazione, costitutivamente incompleta. Uno sguardo macroevolutivo tenderebbe invece a considerare reali le discontinuità osservate: esse sarebbero segno di avvenimenti – spesso l’arrivo di nuove genti – che davvero modificano o sostituiscono rapidamente la cultura12. Quest’ultimo approccio stratigrafico porta però con sé quello che secondo a nostro avviso è un rischio, una fallacia epistemologica: quella del pensiero tipologico essenzialista. La successione, la sostituzione di un tipo di cultura con un altro, darebbe l’impressione che le culture siano essenze separate, incomunicabili tra loro; ogni cultura porterebbe un insieme compatto di caratteristiche, che cessano di esistere all’arrivo di un’altra cultura con altre caratteristiche. Vale dunque la pena di sottolineare brevemente quello che nelle scienze biologiche è oggi un presupposto fondamentale, ma Nel testo Le nature umane l’ecologo Paul Ehrlich (2000) discute l’importanza della macroevoluzione, ovvero dei «cambiamenti di traiettoria delle diverse società umane orientati da fattori ambientali piuttosto che sociali, economici e o da macchinazioni politiche» (p. 282). Una lente differente rispetto a quella di storici, teorici della politica e sociologi, che «hanno esaminato per lo più i cambiamenti all’interno e tra le società umane intese come insiemi di attori umani, motivazioni e azioni, osservando ciò che io amo definire una “microevoluzione culturale”» (ibidem). «Le idee e le azioni degli individui, il loro effetto sui gruppi sociali e gli “spiriti” istituzionali e culturali delle società giocano chiaramente un ruolo critico e dominante», ma «a livello dei dettagli microevolutivi» (ibidem). 12 Questo esperimento mentale archeologico è modellato sulla paleontologia, e in particolare su quelle elaborazioni che l’hanno riabilitata nel contesto della teoria dell’evoluzione, guadagnandole anzi un ruolo fondamentale nell’interpretazione delle tracce e dei pattern dell’evoluzione (si veda l’ottimo Eldredge 1995). 11 8 che è stato una grande acquisizione, attribuita a Darwin e alla sua teoria della selezione naturale: il pensiero popolazionale13. 6. Cos'è un Sannita? Pensiero tipologico e pensiero popolazionale Prima di Darwin, quando si parlava di specie si parlava di “tipo”: la specie consisteva in tutti gli individui di un certo tipo, che possedevano le caratteristiche del tipo. In effetti, tradizionalmente ogni classe di oggetto in natura, vivente o inanimato, era chiamata specie se era considerata sufficientemente definita. Una figura geometrica solida, diciamo il “cubo”, era certamente una specie: i cubi reali, pur essendo tutti leggermente diversi l’uno dall’altro (ad esempio, per il materiale o per la dimensione), condividono le caratteristiche fondamentali della specie; la loro essenza è perfettamente riconoscibile, e le loro differenze sono valutate come imperfezioni o “errori” rispetto al tipo, alla specie. Lo stesso procedimento veniva utilizzato per i viventi: riprendendo l’esempio del cane fatto nel §4, ogni singolo cane deve avere le caratteristiche di “cane”, deve corrispondere al “concetto” di cane, oppure non apparterrà a quella specie, sarà di un’altra specie. La specie veniva definita proprio come si definisce un concetto: il concetto di cubo consente di riconoscere un cubo; di decidere, davanti a un oggetto, se esso è un cubo oppure no; consente anche di costruire un cubo. Pensiamo ora di avvicinarci al Dizionario con questo approccio tipologico: presupponendo cioè che i nomi si riferiscano a popoli ben delimitati (cosa, come abbiamo visto, quantomeno controversa), e che in ogni popolo si possa trovare un elenco di caratteristiche possedute da ognuno dei membri. Così, proprio come si definiva una specie, e proprio come si definisce un concetto, si potrebbe definire un Sannita: persona bellicosa e molto religiosa, che indossa un certo tipo di armatura, che parla una certa lingua, vive in un villaggio di un certo tipo in una determinata area geografica nell’ambito di un periodo storico, consuma determinati cibi utilizzando vasellame di una certa foggia…14 Questo elenco di caratteristiche verrebbe a essere il criterio che determina l’appartenenza: richiederebbe che un individuo per essere un Sannita – o un villaggio per essere sannitico – debba avere tutte le caratteristiche ‘essenziali’, essere ‘uguale’ – almeno negli aspetti importanti – a tutti gli altri. Oggi, nell’unicità delle scienze della vita e dell’uomo (ma non solo in queste), il pensiero tipologico può considerarsi ampiamente superato. Appare anzi quantomai ingenuo, e ci si chiede come dovesse essere cercare di descrivere le “essenze” degli esseri viventi e degli uomini. Eppure, il pensiero tipologico è molto utilizzato anche oggi, in tutti quei discorsi che cercano di rifarsi a una ‘identità’, a un ‘sangue’, a una ‘essenza’ spesso da difendere e da contrapporre ad altri. Il pensiero popolazionale, all’opposto, vede come dato reale e primario la variazione. Fu la realtà della variazione che rese pensabile il processo di selezione naturale, operante tra individui unici, e oggi tutte le discipline che studiano la vita e l’uomo sono concordi nello scoprire ovunque variazione e differenza. È l’individuo tipico a essere nient’altro che un’astrazione, una media statistica, derivata dalla nostra esigenza di descrivere e – nel caso dell’osservazione delle culture – di immedesimarci. Ma, come nota efficacemente Ernst Mayr, «Non esistono due individui identici tra sei miliardi di esseri umani, e le popolazioni nel loro complesso non differiscono l’una dall’altra nelle rispettive essenze, bensì solo per media statistica. Le proprietà delle popolazioni cambiano di generazione in generazione in modo 13 Ernst Mayr ha puntualizzato questo e altri aspetti fondamentali delle teorizzazioni di Darwin in molti testi di successo. Rinviamo al più recente di questi, Mayr (2004), nel quale il pensiero popolazionale viene annoverato tra le caratteristiche che rendono unica la biologia, e che al contempo le conferiscono lo status di scienza a pieno titolo. 14 Prospettiva senza dubbio affascinante, che caratterizza diverse pubblicazioni che abbiamo incontrato e che porta talvolta a ‘esperimenti mentali’ di immedesimazione (troviamo un breve esempio all’indirizzo www.festivaloccidente.it/unveneto.html). Ma, come spieghiamo, nello studio dei popoli questo approccio rischia di essere fuorviante almeno quanto lo è in quello delle popolazioni biologiche. 9 graduale e l’idea che il mondo del vivente sia un insieme di popolazioni senza posa variabili, che sfumano l’una nell’altra da una generazione a quella successiva, dà luogo a una visione del mondo completamente diversa da quella propria dei tipologi» (Mayr 2004, tr. it. pp. 3031). Non vi è un individuo identico a un altro. Non vi è un villaggio identico a un altro. Certo, le somiglianze esistono, ma esse sono un prodotto dello stare insieme degli individui, un effetto collaterale impreciso di processi non perfettamente delimitabili. Cercare i confini di una popolazione è come cercare l’inizio e la fine di un’onda del mare, o di una cella convettiva nell’acqua che bolle: il confine può essere riconoscibile ma raramente è netto, ed è sempre “in relazione”. Emerge. Per quanto isolati, i gruppi sono fluidi, vi è circolazione di individui (quello che in biologia è il ‘flusso genico’), scambio di merci e di informazioni, imitazione di innovazioni, la lingua si mantiene ma emergono nei diversi luoghi parlate e termini leggermente differenti… Ci si concentra su un carattere o un ‘set’ di caratteri per apprezzarne la variazione. Gli arrivi, le partenze, le filiazioni, le variazioni e le ramificazioni sono tutto quanto si può stabilire. Questi aspetti sono privilegiati nel Dizionario, a sfavore di descrizioni “tipologiche” che possono essere facilmente reperibili, per approfondire la conoscenza dell’uno o dell’altro popolo, in molte altre pubblicazioni più ricche e qualificate. 7. Nominatori: osservatori partecipanti del processo evolutivo Le popolazioni umane, proprio come tutte le popolazioni biologiche, sono proteiformi e sfuggenti. Gli osservatori che studiano fenomeni di questo genere devono fare i conti con confini spaziali e temporali sfumati, formulando ipotesi di lavoro e raggiungendo accordi convenzionali, verificandoli attraverso la raccolta di indizi, in un atteggiamento di provvisorietà e tentatività. Questo è ancor più costitutivo nel caso degli osservatori delle popolazioni umane, nelle quali la diffusione orizzontale della cultura rende permeabile ogni confine. Ma nello studio dei nomi delle popolazioni umane vi è un altro fattore, che genera un ulteriore grado di complessità, ed è questo: i nomi con cui studiamo e definiamo il sistema circolano nel sistema stesso! Le popolazioni animali e le specie biologiche non si attribuiscono nomi a vicenda: nominarle è un problema, ma è un problema nostro, e solo nostro. Al contrario, molti dei nomi di popoli che oggi utilizziamo si sono generati nel processo stesso di evoluzione della cultura e delle culture. Non sono qualcosa che noi osservatori imponiamo dall’esterno, ma fanno parte della dinamica stessa del popolamento. Essa stessa dunque produce gli strumenti con cui la stiamo studiando. Abbiamo scelto il titolo di «Dizionario del popolamento», forma “contratta” dell’espressione «Dizionario dei nomi emersi nel popolamento», perché questo non è propriamente un «Dizionario dei popoli»: i nomi non corrispondono ai popoli come etichette incollate su oggetti, ma circolano nella cultura e tra le culture. Se è vero che i popoli sono “figure” come le nuvole, che emergono nei sommovimenti atmosferici, si trasformano continuamente, si uniscono e si scindono, si dissolvono, è altrettanto vero che i loro osservatori coevolvono con essi. Romani e Greci sono gli osservatori principali della protostoria italiana, tanto che – si dice – è nell’incontro con loro che i popoli entrarono nella storia: in quell’entrata, essi ricevettero un nome. Sui processi di attribuzione dei nomi, ci colpirono molto le osservazioni di Pietro Giovanni Guzzo nel suo saggio “Greci e indigeni in Magna Grecia”15: I coloni Greci trovarono, nelle terre verso le quali si dirigevano per impiantare i propri stabilimenti, gli esiti di processi insediativi indigeni, rispondenti, ovviamente alle esigenze economiche e produttive degli stessi indigeni. (p. 27, corsivo nostro) Eppure: Gli storici greci ricostruirono le più antiche vicende della Penisola secondo i propri schemi. (ivi, p. 29, corsivo nostro) In particolare: Gli indigeni non sembra che abbiano sviluppato un sistema sociale strutturato su forme monarchiche: i Greci, tuttavia, li rappresentarono come popoli posti sotto l’autorità di “re”, dei quali si ricostruivano le genealogie. (ibidem) Tra l’altro, spesso in tali genealogie erano inclusi antichi condottieri micenei (cioè, greci). I Greci del primo momento della colonizzazione 15 In Guzzo, Moscati, Susini (1994), pp. 27-31. 10 notarono, fra i diversi popoli indigeni, differenze tali che ne rimase memoria attraverso le rispettive diverse denominazioni. A loro volta, è anche probabile che gli stessi indigeni fossero consci di differenze fra di loro: e che le abbiano razionalizzate attraverso il modello di differenti genealogie. Ma sembra quasi del tutto sicuro che in queste ultime fosse esclusa una leggendaria presenza greca. (ivi, p. 30) Comunque, Come gli indigeni chiamassero se stessi non sappiamo: tutti i nomi tramandati sembrano essere greci. (ibidem) I Greci avrebbero avuto un interesse particolare e connotato a conoscere qualcosa sui popoli che incontravano, oltre che un proprio modo di dare senso alle differenze, e un modo di raggruppare le differenti popolazioni: sembra, ad esempio, che il fatto che le zone abitate da Morgeti, Siculi e Choni venissero tutte definite come appartenenti all’Italia– unito a una “visione naturalistica” dello sviluppo storico – abbia portato gli storici greci a costruire lo schema di un unico albero con tre diramazioni. Insomma, l’esatta individuazione e delimitazione degli antichi toponimi sembra più un problema di tecnica filologica che di critica storica. (ibidem) Abbiamo avuto il nostro momento per renderci conto che, come osservatori, abbiamo pre-giudizi e pre-supposti (§2), e che le nostre mappe sono “di più e di meno” del territorio, perché incorporano le nostre strategie (§3). Ora, è il momento di tenerlo presente quando consideriamo altri osservatori – i popoli – e utilizziamo i nomi, il prodotto delle loro osservazioni. I nomi sono altamente informativi su chi li dà e su chi li usa, o meglio sul suo rapporto con l’oggetto nominato. Dipendono sempre dall’osservatore, dalla sua epistemologia. I nomi non soltanto si generano: essi si diffondono, vengono portati e propagati tra le popolazioni dai parlanti che li utilizzano. Sembra che i Romani, dopo aver appreso il nome “Italia” nei loro tentativi di ricostruzione storica, lo abbiano diffuso nella loro dinamica di espansione nella penisola. Il nome Itali sarebbe sorto presso una gente del sud, gli Osci, nella forma Viteliu (che comparirà poi sulle monete coniate nel I secolo) per indicare un popolo dell’estrema parte meridionale calabra. È usato nel V secolo per poi estendersi progressivamente nell’uso verso nord, in parallelo con l’estendersi della conquista romana: nel IV secolo ingloba la Campania, nel III raggiunge l’Arno, nel II include il territorio padano e arriva a definire l’intera penisola. Quanto alle maggiori isole, Sicilia e Sardegna e Corsica, saranno annesse amministrativamente all’Italia più tardi, nel III secolo d.C., con la riforma di Diocleziano. Più volte abbiamo cercato, senza riuscirvi, un modo per rappresentare in maniera simbolica nelle mappe la presenza degli osservatori. Questo ci avrebbe sempre ricordato che nomi e nominatori fanno parte della storia. L’impresa di rappresentare la complessità è ardua: l’occhio del nominatore non “fotografa” ma agisce, interagisce; gli “occhi” si modificano nel tempo, coevolvono con gli avvenimenti, guardano in molte direzioni, e ogni popolo è sotto sguardi differenti simultaneamente. Davanti a un nome di una popolazione, la risposta alla domanda «chi li chiamava così?» ricade spesso all’interno del sistema studiato: probabilmente si tratta di una popolazione confinante, o della popolazione madre, oppure di se stessi, ma relativamente ad altri o al territorio. Ma vi sono anche nomi – come Indoeuropei, o Celti – creati molto dopo la scomparsa dei popoli nominati. Neppure in questo caso l’osservazione è “distaccata”: il nome ha origine in una relazione che, sebbene attraversi i secoli, fa comunque parte di uno sviluppo culturale. Si prenda ad esempio il nome contemporaneo che raggruppa i dialetti Osco-umbri: di questi dialetti, l’osco fu delimitato e definito per primo, e il nome fu esteso dai filologi a molti altri dialetti man mano che ne si accertava la parentela. Alla fine, anche l’umbro risultò, sebbene molto differente, imparentato. La lingua osca e la lingua umbra divennero così i due punti di riferimento in un ‘continuum’ di lingue imparentate, ognuna maggiormente affine all’uno o all’altro polo. Ora, questi stessi popoli e i loro dialetti erano nominati dai Romani con un criterio molto diverso, quasi opposto: Sabelli, ritenuti affini ai Sabini e Sanniti, e questa affinità era sottolineata dalla comune radice -saf o -sab. La nomenclatura dei Romani sembra rispettare maggiormente il processo di popolamento e di espansione di questi popoli – che essi osservarono direttamente alle proprie frontiere. Noi facciamo parte della storia che raccontiamo. Anche la nostra storia è importante, e i meccanismi di formazione dei nomi coinvolgono anche noi. 11 8. Tutto resta da fare Al termine della nostra ricerca, durata tre anni, consideriamo questo Dizionario per sua stessa natura un work in progress, e per giunta a uno stadio molto immaturo. Abbiamo ritenuto utile questo percorso di ‘avvicinamento’ per aiutare lettori e ricercatori a sentirsi direttamente coinvolti nella sua costruzione. Desunti consultando la letteratura più aggiornata e osando selezionare, i movimenti migratori illustrati e tutte le altre storie qui raccontate sono ipotesi di lavoro, che non possono essere dimostrate ma solo formulate e controllate. Il metodo della narrazione storica, come scrive il grande evoluzionista Ernst Mayr, è quello utilizzato nella maggior parte dell’attività scientifica: «analogamente a quanto fa uno scienziato nella maggior parte dei casi in cui formula una teoria, partendo da un’ipotesi e controllandone minuziosamente la validità, così anche nella biologia dell’evoluzione gli scienziati costruiscono una narrazione storica che viene successivamente controllata per il suo valore esplicativo» (2004 tr. it. p. 34). Auspichiamo che progetti interdisciplinari di verifica, arricchimento o confutazione possano dare miglior forma alle ipotesi qui avanzate. La correzione delle informazioni alle varie voci del Dizionario dovrebbe cominciare dal riconnettere i nomi ai nominatori, agli osservatori, alle fonti dalle quali le abbiamo tratte e che in molti punti abbiamo tralasciato di indicare, per inesperienza, o per una consapevolezza ancora immatura, o ancora per mancanza di tempo e di spazio. Anche solo utilizzando i nostri stessi testi di riferimento, è possibile specificare molto meglio le fonti dei nomi. La storia dei popoli – soprattutto dei Romani e dei Greci – si può leggere come storia di nominatori, molto dinamici e differenziati al loro interno (autori, periodi, luoghi). L’arricchimento del dizionario può provenire da moltissime fonti (che devono essere sempre specificate e criticamente valutate): testi classici, ricerche sul web e nelle biblioteche, anziani conoscitori del territorio, esperti e istituzioni locali, archeologi esperti di particolari popoli o aree geografiche ecc. Spesso le notizie sui nomi sono “disseminate” in tutti questi – e altri – saperi, e pertanto i nomi fanno da catalizzatori di osservatori. Un sistema complesso è tanto meglio conosciuto quante più descrizioni se ne hanno. Un miglioramento del Dizionario non andrebbe nella direzione di una diminuzione del numero dei nomi, alla ricerca di quelli ‘più giusti’ o ‘più veri’. Al contrario, andrebbe in quella di moltiplicare il più possibile i nomi, riconnettendoli con i nominatori di tutte le epoche ancor più che con i popoli. Infine, il Dizionario potrebbe essere illuminato, arricchito e corretto da tutti gli studi che si occupano del popolamento – ad esempio, da quelli sulla relazione tra popolamento e territorio (territorializzazione, complessità geografica) – o di aree particolarmente rivelatorie, come le isole. 9. Come si usa il Dizionario Alla luce di questa introduzione, per chi pazientemente l’abbia letta, è possibile capire come utilizzare e come considerare il Dizionario. Il punto d’accesso privilegiato al Dizionario sono le tavole sinottiche iniziali, nelle quali vediamo illustrati i maggiori apporti migratori o ‘arrivi’ nella penisola italiana, con le relative date e i principali nomi emersi in questi movimenti. A partire da queste mappe è possibile introdursi nel Dizionario, discendendo nel dettaglio. Così, ad esempio, sarà possibile entrare nel mondo delle genti Reto-euganee, trovare anche una mappa delle popolazioni o tribù che nel III secolo li compongono, e apprezzare il precedente effetto di ‘compressione’ che su di esse ebbe l’arrivo del popolo Veneto nel X secolo. Tutte le indicazioni di date, salvo diversamente specificato, sono da intendersi come a.C. (omesso per brevità). Tutti i termini scritti con lettera maiuscola e asterisco (es. Sanniti*) indicano nomi definiti nel Dizionario, e sono richiami per approfondire in direzione orizzontale (popoli con cui in qualche modo ebbero a che fare) o verticale (antenati, discendenti, oppure membri di raggruppamento). La forma aggettivale (es. Ligure*) può richiedere una piccola modifica (rimanda al popolo dei Liguri*). Nei nomi composti (es. Umbro-sabelli*) solo la prima lettera è maiuscola. È stata fatta la scelta di “italianizzare” tutti i nomi latini, greci e di altre lingue. Sono stati tolti tutti i dittonghi: - “ae” è sostituito con “e”; se il dittongo si trova all’inizio della parola, il dittongo viene trascritto nella forma “(a)e” e considerato come “e”, gli (A)esolani si trovano nell’ordine alfabetico sotto la “e”; - lo stesso vale per il dittongo “ii”, sostituito quasi sempre con “i”. Indicazione che il popolo in questione compare in una delle mappe? 12 10. Dunque, i ringraziamenti Nonostante la responsabilità ultima del Dizionario sia dell’autore di questa introduzione, gran parte del merito va alla paziente ricerca del coautore, dott. Claudio Bruno Serrelli. Ringraziamo il prof. Telmo Pievani per la fiducia e la temerarietà nell’affidarci questo importante lavoro. Luca Cavalli Sforza per la sua capacità di trattare i collaboratori – anche i giovani, anche i nuovi arrivati – come veri compagni di ricerca; per la sua curiosità incontrollabile; per i pomeriggi nel salotto della sua abitazione milanese, dove i popoli prendevano vita e sembravano vecchi amici. Astrid Pizzo, coordinatrice del volume, soprattutto per la sua infinita pazienza. Ringraziamo la dott.ssa Maria Ruggeri (Museo Archeologico di Chieti), cui la genesi di questo Dizionario è intimamente debitrice; il prof. Dario Seglie e il dott. Francesco Rubat Borel (Centro Studi e Museo d’Arte Preistorica, Pinerolo, Torino) per la loro disponibilità, che ha dato nuovo impulso alla nostra ricerca; la prof.ssa Michela Scolaro (critico d’arte, docente di Museografia, Università di Macerata) per l’aiuto nella messa a punto della lista dei musei e la segnalazione degli atlanti. Ringraziamo il dott. Gianluigi Daccò (Civici Musei di Lecco) che non solo ci ha fornito una lista in tempo reale, ma ci ha spedito gratuitamente materiale; la dott.ssa Donatella Caporusso (Raccolte del Castello Sforzesco, Milano) che ci ha inviato alcuni articoli, e si è mostrata disponibile e interessata alla nostra ricerca; il prof. Guido Barbujani (Dipartimento di Biologia, Università di Ferrara) che ci ha fornito i paper di ricerca di genetica delle popolazioni su Etruschi e Ladini. Grazie anche al dott. Mauro Rossetto. Merita un sentito ringraziamento anche il sig. Montato (Museo Nazionale Atestino di Este) che ci ha fornito informazioni generali sui Veneti. Ringraziamo infine Claudia Lauro e Giampaolo Dalmeri (collaboratori del prof. Michele Lanzinger Museo Tridentino di Scienze Naturali, Trento); la dott.ssa Daria Banchieri (Conservatore del Museo di Villa Mirabello, Varese) offertasi di compilare le schede, ma infine impedita da cause di forza maggiore; la dott.ssa Rosalba Amato (Museo Archeologico Nazionale Paolo Orsi); il dott. Marco Sala (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma), il sig. Massimo Bozzoli (Dipartimento di Archeologia Univ. Bologna), la dott.ssa Mara Silvestrini e la sig.ra Dolce (Museo Archeologico Nazionale delle Marche, Ancona). 11.a. Testi principali di riferimento per il dizionario: AA.VV. (2006), Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Utet, Torino. R. GUERRA (1999), Antiche popolazioni dell’Italia preromana, Aries, Padova. P.G. GUZZO, S. MOSCATI, S. SUSINI (1994, a cura di), Antiche genti d’Italia, Edizioni De Luca. S. MOSCATI (1997), Così nacque l’Italia, SEI, Torino. M. PALLOTTINO (1981), Genti e culture dell’Italia preromana, Jouvence, Roma. G. PUGLIESE CARRATELLI (1988, a cura di), Italia omnium terrarum alumna, GarzantiScheiwiller. ID. (1989, a cura di) Italia omnium terrarum parens, Garzanti-Scheiwiller. 11.b. In aggiunta, per questa introduzione: L.L. CAVALLI SFORZA (1996), Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano. ID. (2004), L’evoluzione della cultura, Codice Edizioni, Torino. ID. (2006), “Evoluzione biologica ed evoluzione della cultura”, in Faravelli et al. L.L. CAVALLI SFORZA, A. AMMERMAN (1984), The Neolithic Transition and the Genetics of Populations in Europe, Princeton University Press, Princeton, N.J.; trad. it. La Transizione Neolitica e la genetica di popolazioni in Europa, Bollati Boringhieri, 1986. L.L. CAVALLI SFORZA, P. MENOZZI, A. PIAZZA (1994), The History and Geography of Human Genes, Princeton University Press, Princeton, N.J; trad. it. Storia e geografia dei geni umani, Adelphi, Milano, 1997. P. EHRLICH (2000), Human Natures. Genes, Culture, and the Human Prospect, Island Press, Washington DC; trad. it, Le nature umane, Codice Edizioni, Torino, 2005. N. ELDREDGE (1995), Reinventing Darwin. The Great Debate at the High Table of Evolutionary Theory, John Wiley & sons, New York; trad. it. Ripensare Darwin, Eiunaudi, 1999. N. ELDREDGE (1999), The Pattern of Evolution, Freeman & Co., New York; trad. it. Le trame dell’evoluzione, Cortina, Milano, 2002. 13 E. FARAVELLI, E. CIANCI, E. SERRELLI, D. SUMAN (2006, a cura di), L’evoluzionismo dopo il secolo del gene, Mimesis, Milano. E. FOX KELLER (2000), The Century of the Gene, Harvard Univ. Press; trad. it. Il secolo del gene, Garzanti, 2001. E. MAYR (1982), The Growth of Biological Thought: Diversity, Evolution, and Inheritance, Belknap Press; trad. it. Storia del pensiero biologico, Bollati Boringhieri, Torino, 1990. E. MAYR (2004), What Makes Biology Unique? Considerations on the Autonomy of a Scientific Discipline, Cambridge University Press, New York; trad. it. L’unicità della biologia, Cortina, Milano, 2005. T. PIEVANI (2002), Homo sapiens e altre catastrofi, Meltemi, Roma; ID. (2006), Introduzione alla filosofia della biologia, Laterza, Bari. P.J. RICHERSON, R. BOYD (2005), Not by Genes Alone: How Culture Transformed Human Evolution, University of Chicago Press, Chicago, Illinois; trad. it. Non di soli geni. Come la cultura ha trasformato l’evoluzione umana, Codice Edizioni, Torino, 2006. 11.c. Siti web Una vera e propria messe di informazioni si trova nei seguenti: AA.VV., Archeaotopos Learning Library sul sito del laboratorio Hirema (Historical Resources Management Laboratory), www.univ.trieste.it/~zuglio (diretto dal prof. Nevio Zorzetti, sezione del Centro di Eccellenza per la Ricerca dell’Università di Trieste) DARIO DEJUDICIBUS et al., Dizionario, http://www.dejudicibus.it/dizionario DAVIDE MONACO, Il Sannio e i Sanniti, www.sanniti.info (con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise) PAOLO PASTORE, Popoli Antichi, http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi (aggiornato ad agosto 2003) ANTONIO SCIARRETTA, Toponomastica, http://digilander.libero.it/toponomastica Altre fonti di carattere generale: BRUNO FRACASSO E MASSIMO GHIRARDI, Araldicacivica, http://www.araldicacivica.it MICHIEL OSINGA, http://www.romansonline.com/ Auditorium, http://www.auditorium.info/ («un luogo nel quale incontrarsi e rendere viva la circolazione delle idee, primo indispensabile strumento di ogni ricerca», ideato da Mediares S.c., società di servizi per la cultura, Torino) Centro Internazionale sul Plurilinguismo, www.uniud.it/cip La Ciminiera, rivista letteraria, http://www.poetidellaciminiera.splinder.com Scriptamanent, rivista di cultura e libri della Rubettino Editore, www.scriptamanent.net Scuola, by De Agostini Scuola, www.scuola.com Opere monografiche on-line: PALMA FUCCELLA, Breve storia della Basilicata, http://www.consiglio.basilicata.it/conoscerebasilicata/cultura/storia ULDERICO NISTICÒ, Memorie Bruzie nel Golfo di Squillace, www.laradice.it LUIGI PATERNOSTRO, Il vocabolario dialettale degli Alti Bruzi, www.paternostro.org Enti culturali e portali tematici locali: Associazione Culturale Terra Taurina, http://www.terrataurina.it/ Biellaweb, il portale delle aziende biellesi, www.biellaweb.it Calabrianetwork, www.calabrianetwork.com Calabria.org, www.calabria.org.uk Calabria Studi, http://www.calabriastudi.com/ Celtic World, www.celticworld.it Campi Flegrei, www.icampiflegrei.it Ettore Beggiato, “Segretario Nazionale Veneti d’Europa”, www.beggiato.itgo.com Il Druido e il Cinghiale, utenti.lycos.it/Trisk Istituto di Studi Atellani, www.iststudiatell.org Jovis’ Home, a spasso per il Canavese e dintorni, web.tiscali.it/jovishome La mia Sardegna, www.lamiasardegna.it La Padania e i “Quaderni Padani”, http://old.lapadania.com/ 14 La Pagina di Gingen, dal 1997 in rete, “un punto di contatto per i Lucani nel mondo”, www.gingen.it Lucanianet, http://www.lucanianet.it/ («la rete lucana nella rete delle reti») Maridelsud, www.maridelsud.com Mito Positano, www.mitopositano.it Portalesila, www.portalesila.it Rete Civica Agropoli, “L’età Lucana”, www.oneonline.it/rca/storia/html/lucana.html Sistema Bibliotecario Vibonese, www.sbvibonese.it Tangram Educazione Permanente Onlus, www.tangram.it/merano/storiaepreistoria/reti.htm TropeaMagazine, http://web.infinito.it/utenti/t/tropeamagazine Unione Nazionale Proloco d’Italia – Sezione Sicilia, www.unplisicilia.it Work in progress su Storia e Arte della città di Palermo e della Sicilia (http://freeweb.supereva.com/palermo.freeweb) ideato da Kosmos, Associazione Culturale Telematica Indipendente, senza fini di lucro Comuni e comprensori: http://digilander.libero.it/ortonadeimarsi http://www.castelbolognese.org/ http://www.valledichamporcher.it/index.asp www.comune.lama-dei-peligni.ch.it www.comune.trebisacce.cs.it www.provincia.campobasso.it www.soveratoweb.it www.tregliaonline.it Fonti delle illustrazioni: La cartina dell’Italia romana è tratta da Pallottino (1981). La mappa dell’Abruzzo preromano è stata gentilmente fornita dalla dott.ssa Maria Ruggeri. L’immagine dei guerrieri sanniti è di Richard Hook, tratta da: Early Roman Armies, Osprey Military Men-At-Arms Series #283 – Reed Consumer Books Ltd., Michelin House, 81 Fulham Rd., London SW3 6RB, England. 15
x

Log In

or reset password

Reset Password

Enter the email address you signed up with, and we'll send a reset password email to that address

Academia © 2012